FUORI
Un numero crescente di ragazzi in Italia - dall'Alto Adige alla Sicilia - decide di ritirarsi dalla vita sociale.
Alla base c'è spesso un senso di profonda inadeguatezza che li spinge a interrompere i legami con amici e scuola e a isolarsi per mesi o anni nelle proprie stanze.
Questo fenomeno, noto come Hikikomori, coinvolge decine di migliaia di giovani che scelgono di vivere in isolamento.
Un racconto corale sul ritiro sociale come risposta estrema alla pressione contemporanea.
SINOSSI
Attraverso i racconti in prima persona dei protagonisti, il documentario esplora il fenomeno del ritiro sociale (hikikomori) in Italia: un isolamento che nasce spesso da un senso di inadeguatezza e porta molti giovani a interrompere ogni relazione con l’esterno per mesi o anni.
In un viaggio tra territori diversi, intreccia tre storie: Giuseppe, chiuso da otto anni nella sua stanza a Palermo, dove l’unico legame stabile è il cane Black, forse una spinta verso il fuori; Daniele, 22 anni, che prova a rientrare nel mondo e parte per il Carnevale di Viareggio, dove un carro dedicato agli Hikikomori diventa per lui un passaggio decisivo; e Daniel T., ex hikikomori oggi educatore, che lavora con ragazzi e famiglie costruendo percorsi di ascolto e presenza.
Alternando momenti di confessione intima a una visione più ampia, il documentario mostra come il silenzio dei ragazzi in ritiro sia anche il riflesso di un silenzio sociale più grande: una risposta estrema a una pressione diffusa fatta di prestazione, confronto, paura del fallimento, iperconnessione e fragilità dei legami.
NOTE D'AUTORE
Manuela Patti
Una domanda di fondo: cosa resta dell’empatia nell’era degli schermi?
Il tema nasce da un’esigenza personale di comprensione e dal confronto quotidiano con la genitorialità.
Il mio interesse per questo tema nasce da un’esigenza personale di comprensione. Come madre di due bambini – una figlia di sei anni e un figlio di due – mi interrogo su quale mondo li aspetti. Il mondo che conosco io, fatto di relazioni dirette, gioco fisico e contatto reale, sta lasciando spazio a una realtà in cui i social e le tecnologie plasmano fin dall’infanzia il modo di comunicare, percepirsi e crescere.
Il mondo digitale sembra stimolare l’individuo a dare voce alla propria personalità, tutto sembra accettato, concesso e accolto. Mi chiedo se effettivamente questo invito sia coerente con la realtà, dove ancora molti ragazzi subiscono bullismo ed isolamento se considerati dai coetanei diversi o fragili. Alcuni sembrano rimanere invischiati in modo permanente nella sopraffazione emotiva che condiziona irrimediabilmente tutta la loro vita.
Credo che le nuove generazioni si trovino a essere un ponte fragile tra due modelli umani: da un lato, l’uomo sociale, creativo, abituato a interagire con il mondo reale; dall’altro, un individuo sempre più isolato, assorbito dagli schermi, al tempo stesso padrone e prigioniero della tecnologia.
Ciò che mi spinge a esplorare questo fenomeno è una domanda di fondo: i ragazzi di oggi riusciranno, nonostante tutto, a preservare il senso dell’amicizia, l’empatia, la capacità di stare insieme e accogliere l’altro senza giudizio?
Tecnologia, fragilità e pressione sociale: un intreccio di cause, non una sola.
CONTESTO E TEMI
In Italia molti giovani preferiscono ritirarsi in un mondo digitale: evitano i contatti con l’esterno e interrompono le relazioni sociali. Questo stile di vita li allontana dall’esperienza diretta del mondo e porta alla perdita di manualità, capacità di ragionamento autonomo e competenze relazionali. Secondo le stime ci sono circa 65 000 ragazzi che si riconoscono come Hikikomori e, considerando i casi non dichiarati, il numero reale potrebbe superare le 100 000 persone.
Il ritiro sociale non nasce da una causa unica ma da un intreccio di fattori: contesto familiare, aspettative sociali e vulnerabilità individuali. Inoltre, la diffusione di tecnologie digitali e videogiochi favorisce una realtà alternativa che rende sempre più difficile tornare alla vita reale.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Giuseppe Lauricella
Giuseppe Lauricella (Palermo, 2003) vive con i genitori e il suo cane ed è in ritiro sociale da circa otto anni. La sua stanza, piccola e sempre in penombra, è il luogo che definisce più sicuro: computer, telefono, libri, tapparelle quasi sempre abbassate. Alle medie subisce bullismo e cresce con ansia e paura del futuro; dal primo anno di liceo smette gradualmente di uscire, anche per attacchi di panico. La scuola gli consente una frequenza alternativa e riesce a diplomarsi. In adolescenza riceve una diagnosi di autismo ad alto funzionamento ed è seguito da psicologa e, più recentemente, da psichiatra. Coltiva passioni autonome: poesia (scrive e cerca un editore), astronomia e studio quotidiano di attualità. Gioca online 4–5 ore al giorno, dove si sente più libero e socievole.
Daniele de Seta
Daniele De Seta (Carmagnola, 2002) cresce a Poirino, nel torinese. Fin da bambino fatica a socializzare; alle medie compaiono i primi episodi di autoisolamento e molte assenze, fino a rischiare di perdere l'anno. Si iscrive al liceo scientifico, ma lo lascia dopo due mesi: vive la scuola in solitudine e il rendimento peggiora. In quel periodo, dopo un video sulla sindrome di Asperger, teme un disturbo dello spettro autistico e cerca supporto psicologico, senza trovare risposte adeguate. Anche l'opposizione dei genitori a una pausa dagli studi contribuisce a un ritiro sociale durato oltre due anni. La diagnosi ufficiale arriva nella primavera 2018 (16 anni). Dal 2018 al 2020 è seguito al Day Hospital del Regina Margherita di Torino, esperienza decisiva per riprendere gli studi nel 2019 e migliorare le capacità relazionali.
Daniel Tondin
Daniel Tondin (Merano, 1989) vive oggi a Gargazzone, in provincia di Bolzano. Da bambino cresce a Postal, affidato spesso ai nonni perché i genitori lavorano molto. Ricorda episodi di isolamento già alle elementari, ma è alle medie che subisce bullismo e il giudizio dei coetanei diventa un peso costante, con nausea, vertigini e attacchi di panico. Chiede aiuto ai genitori: la scuola, all’epoca, non ha strumenti adeguati. Cambia istituto, ma la paura del giudizio gli impedisce di costruire nuove amicizie. Tra il 2010 e il 2014 attraversa anni di isolamento, alternando periodi in cui riesce a uscire (anche per incontrare conoscenze online) ad altri in cui resta chiuso in casa per mesi. La ripresa inizia grazie ai giochi di ruolo dal vivo: un appuntamento mensile, in un contesto protetto, dove a “essere giudicato” è il personaggio. Oggi lavora a La Strada–der Weg, nel programma Invisibili.
Veronica Mestreni
Veronica Mestreni, 22 anni, vive a Torino e studia Scienze dell’educazione. È una persona pensierosa: crescendo ha imparato più ad accontentare gli altri che ad ascoltare sé stessa, perdendo fiducia e autostima. Alle scuole medie il disagio la espone a prese in giro, mentre le difficoltà legate a un DSA non ancora diagnosticato vengono fraintese da docenti e familiari. A scuola viene etichettata come svogliata e distratta; subisce anche episodi di umiliazione in classe da parte di insegnanti, che finiscono per legittimare i bulli. Inizia a non dormire, teme la scuola e, a 11 anni, entra in un ritiro sociale che dura circa due anni e mezzo: passa le giornate a letto tra sonno e YouTube. Dopo un primo tentativo familiare, i genitori cercano aiuto: con psicologa e neuropsichiatria infantile di Torino si sente finalmente compresa e conosce coetanei con esperienze simili. Alle superiori ritrova fiducia e oggi vuole diventare pedagogista per sostenere preadolescenti fragili. Lavora in servizi pre e post scuola.
TRATTAMENTO
Il film comincia con una serie di immagini che si susseguono rapide, come se provenissero tutte dalla stessa stanza e da mille stanze diverse: un gioco sparatutto, un caricabatteria inserito in una presa, l’accensione di un laptop, l’avvio di Netflix, un disegno fantasy che prende forma, pagine sfogliate in fretta, uno strumento etnico che suona, notifiche dai social network che si accavallano, un tetris sul cellulare, lo scorrere continuo di video e reel. Gli stimoli si sommano uno sull’altro fino a diventare un rumore unico, compatto, quasi un bianco che copre tutto. Poi, di colpo, il nero.
Il nero dura qualche secondo.
Poi, fuori, ad una pensilina qualunque, in una città qualunque d’Italia. Ognuno al proprio telefono. Il traffico e il mattino fanno da sfondo. Loro sembrano altrove, alienati.
Da qui entriamo nella storia di Daniele. Torino. Il nostro primo protagonista Daniele esce dal portone di casa per andare all’Accademia di Belle Arti. È al secondo anno. Arriva alla fermata, aspetta. Quando il bus si ferma, sale e per un attimo il corridoio diventa una prova: dal fondo lo vediamo avanzare, lanciare sguardi rapidi a destra e a sinistra, misurare le distanze, cercare un posto senza dover chiedere se un posto è libero a chi ne occupa due. È un imbarazzo sottile, quasi invisibile: quello di chi teme di esporsi anche solo con una frase banale. Alla fine si siede. Daniele ha ventidue anni ed è un ex-ritirato sociale. La vita che conduce oggi sembra piena, ordinata, fitta di impegni. Quella serenità, però, non è leggerezza: è autocontrollo. Lo vediamo arrivare davanti all’università e camminare spedito verso l’ingresso, attraversando un gruppo di ragazzi che ridono chiassosamente o scorrono i social senza staccare gli occhi dallo schermo. Cammina dritto, concentrato. L’ansia gli sta addosso, ma non la mostra. Si è costruito una routine e ci si aggrappa.
Nel grande corridoio dell’accademia, impreziosito da opere maestose, il ritmo cambia. Daniele rallenta. Osserva. La sua postura si scioglie. Qui la tensione si abbassa. L’arte gli dà un appoggio. La sua voce ci accompagna “Quando entro in Accademia, sento che ho uno scopo, un obiettivo. L’arte è qualcosa che mi permette di esprimermi senza giudizio, senza ansie. È un modo di stare nella società senza subirne la pressione. Ho scelto l’indirizzo Decorazione perché mi permette di lavorare sui dettagli, con amore e dedizione; di concentrarmi su piccoli frammenti di un’opera e dare il mio meglio attraverso la cura.”
Le immagini lo seguono nei corridoi dell’Accademia. La sua voce continua: “Ho subìto bullismo alla scuola secondaria. La sensazione di non essere accettati è mortificante. Ti inducono a sentirti sbagliato, qualsiasi cosa tu dica o faccia, e questo ti porta non solo a dubitare di te ma soprattutto ad avere la percezione di te come qualcuno di inferiore agli altri, senza speranza, al posto sbagliato. Non volevo più frequentare la scuola. Sentivo che lì non sarei mai cresciuto, con quelle persone non potevo mai essere apprezzato.” Daniele ci mostra alcune delle opere che guarda ogni giorno e da cui prende ispirazione.
Entra in classe e prende posto. Il docente inizia la lezione sulla cartapesta. Daniele ascolta e prende appunti. Intorno a lui, alcuni ragazzi si distraggono: chiacchierano, ridacchiano, giocano con fogli e oggetti; altri restano con gli occhi sul cellulare.
(Vox populi): Su queste immagini sentiamo l’inizio di un’intervista in Accademia a un allievo: “Oggi vogliono essere tutti artisti, ma non sanno cos’è l’arte. L’arte contemporanea per me è incomprensibile, è un gesto artistico egoistico. Non c’è paragone con il Rinascimento. Quella è la vera arte. Quegli artisti erano artigiani, andavano in bottega da bambini a imparare il mestiere. Oggi fare l’artista è la scusa per non lavorare e fare opere senza senso giustificate dal fatto che è lo spettatore ad interpretare.”
Un altro allievo: “Io trovo che al giorno d’oggi l’arte sia qualcosa di diverso rispetto alle correnti passate, l’arte è figlia dei suoi tempi ovviamente: è normale che ad oggi l’arte sia integrata con la tecnologia, con i social, con la vendita online. Avere del tempo per la ricerca, per stare a casa a lavorare ad un progetto, alienarsi dalla società, può essere solo un toccasana per un progetto nascente importante. Stare soli e vivere solo di se stessi per partorire un progetto artistico può essere solo un qualcosa di costruttivo. La società fa schifo, non può capire l’artista perché è marcia e priva di sensibilità.”
In città, il VO di un passante: “Io non so cosa sono questi Hikikomori ma una cosa è certa: i giovani sono dipendenti dal telefono, soprattutto dai social.” È un uomo sui 50 anni davanti a un alimentari. Continua: “Sono sempre attaccati ai cellulari… non hanno più voglia di studiare, di lavorare. È colpa della tecnologia se si chiudono in casa.”
Appena finisce il commento, vediamo Daniele entrare nell’alimentari. Aspetta il suo turno, composto, nella fila. Quando tocca a lui, deve parlare a voce alta: “Mezzo chilo integrale.” Una frase banale, ma per lui pesa. Esce teso, passando dietro il 50enne appena intervistato, che intanto è rapito dal cellulare.
Sull’autobus Daniele guarda fuori dal finestrino. Gli altri passeggeri sono quasi tutti al telefono; qualcuno, con il volume alto, scrolla video su TikTok. Su queste immagini sentiamo la voce di Daniele: “Mi chiamo Daniele, ho 22 anni, vivo a Torino. Non mi interessa particolarmente l’uso del cellulare. In questo momento ho altri interessi: vorrei diventare un artista. Sono molto concentrato su questo obiettivo. Sono stato in ritiro sociale per 2 anni, sono quello che chiamano Hikikomori. L’arte adesso è il mio modo di stare al mondo ed esprimermi senza sentirmi giudicato. Prima mi criticavano continuamente. Vorrei diventare un artista perché la loro arte è l’elaborazione personale del mondo e io vorrei proprio far questo: esprimermi per come mi sento senza aver paura di essere giudicato.”
Daniele rientra a casa. È il suo luogo sicuro. Lo vediamo chiudere a chiave il portone, togliersi le scarpe, e tirare un respiro di sollievo. Le commissioni di oggi sono finite. Per un attimo sembra contento: anche oggi ce l’ha fatta. In campo largo lo vediamo entrare in camera da letto e chiudere la porta dietro di sé, con un gesto ormai abituale; la mdp resta qualche secondo su quella porta, così significativa.
L’audio aumenta gradualmente: il suono di voci, urla e chiasso.
La campanella suona forte.
È la fine delle lezioni in una scuola secondaria. È un chiasso faticoso da ascoltare, a tratti angosciante. La telecamera inquadra i ragazzi che, come un fiume in piena, corrono fuori da scuola: sudati, un flusso urlante, fuori controllo.
(Vox populi): C’è un gruppetto di ragazzini sui 12 anni. Uno di loro confessa: “C’è un amico che non vuole uscire mai. A scuola non viene più da un bel po’, è tanto che non lo vediamo… su Insta non pubblica più nulla. Quest’anno lo bocciano per le assenze. Sfigato! È sempre stato uno strano.”
Un altro ragazzino di 12 anni: “Hikikomori, io lo so cos’è. Un amico di mio zio è in depressione e non esce più da mesi, aveva dei debiti e ha provato ad ammazzarsi. È stato anche ricoverato, ora vive dai suoi genitori. Avrà 25 anni.”
Una ragazzina: “Hikikomori… l’ho sentita dire, questa parola. Ne hanno parlato a scuola. È quando non si esce più da casa e si vive al computer e si va in depressione. Qualcosa del genere…”
L’ultima inquadratura di Daniele si specchia con quella dell’altro protagonista, Giuseppe, mentre entra dalla porta della sua camera. Si reca direttamente a chiudere la tapparella del terrazzino di camera e si nasconde visibilmente dietro il muro, accorgendosi che qualche vicino lo nota. Giuseppe ha 23 anni, vive in reclusione da 8 anni a Palermo, non vuole che nessuno sappia della sua condizione: nemmeno amici, parenti o altri. Per cui cerca di non farsi vedere anche dai vicini di casa. Tiene spesso la tapparella abbassata per evitare di far capire se la luce di camera sia accesa o spenta. A questo punto Giuseppe si sente sicuro: la porta è chiusa e la tapparella è abbassata. Tiene spesso il volto chino coprendo gli occhi con i riccioli, si protegge e non vuole farsi vedere neanche dalla telecamera. Accende il computer, si accomoda sulla sedia da gamer iniziando a googlare parole chiave di politica e attualità. I click frenetici del mouse sono gli unici suoni che accompagnano la scena. La stanza è di appena 12 metri quadrati, la luce è artificiale. Ci soffermiamo sui suoi occhi che leggono, ipnotizzati.
D’improvviso, nel silenzio, si sente un rumore: un grattare di unghie alla porta. Poi di nuovo silenzio. Giuseppe gira appena lo sguardo verso la porta e resta immobile, quasi senza reagire. Il grattare riprende, più forte, e si sente un guaito. Dall’altra stanza una voce di donna: “Black, smettila! Così graffi la porta!”. Il guaito si ferma. Giuseppe resta fermo. Non apre.
Giuseppe continua le sue ricerche. La sua voce in VO: “Sono in ritiro sociale da 8 anni. Ho subìto bullismo alla scuola secondaria. Non riuscivo a farmi degli amici, stavo spesso solo. Avevo attacchi di panico e dolori fisici che mi impedivano di uscire. Ho cominciato a non uscire più la sera, poi piano piano anche di giorno. Ho visto tanti psicologi all’inizio, ma nessuno è riuscito ad aiutarmi. Sono andato per anni dagli psicologi senza esito. Poi ho avuto la diagnosi di autismo ad alto funzionamento e lì ho trovato risposta a molte domande su di me, soprattutto sulla difficoltà a relazionarmi con gli altri e a parlare delle mie emozioni. I miei genitori mi sostengono.
In futuro mi vedo con una famiglia e un lavoro, ma adesso faccio fatica anche solo a tenere lo sguardo con una persona nuova.”
Stacco su Bolzano. Fine giornata.
Il protagonista Daniel T. è un ragazzo di 36 anni e lavora come educatore. Intento a rileggere i documenti sui ragazzi in trattamento. La luce è soffusa. È stanco.
“La paura del giudizio degli altri talvolta riaffiora. Sarò in grado di essere all’altezza di questo caso? Cosa diranno i genitori di questo ragazzo se non vedranno progressi?”
Daniel T. prende una scatola con alcune foto di lui da piccolo. La apre, guarda. Poi richiude.
Stacco su un’inquadratura dell’orologio, con la luce del tramonto che entra nella stanza, ci dice che sono le 19:00. Un’inquadratura che sembra a metà tra la stanza di Daniel T. e quella di Giuseppe.
Ritorniamo così a Palermo nella stanza di Giuseppe. In sottofondo sentiamo la tastiera del computer e l’audio di video che partono, si interrompono, ripartono. Giuseppe è ancora al computer; questa volta guarda video di astronomia. La stanza è sempre ordinata e pulita: segno che sono passate ore e lui è rimasto lì.
Il tempo scorre lento. C’è un silenzio lungo, spezzato solo dai rumori della sua routine: il ticchettio dell’orologio a muro, la tastiera, l’avvio del computer, il cellulare in carica, le notifiche WhatsApp. La presa diretta ci fa sentire quanto tempo passa. Vediamo dettagli della routine di Giuseppe: mani sul mouse, occhi illuminati dallo schermo, piedi sotto la sedia. Poi una voce, dall’altra stanza: “È pronta la cena, vieni”. I suoi genitori lo aspettano a tavola.
Nel centro città vediamo una passante sui 50 anni che esclama alla telecamera: “È colpa delle famiglie che li campano, che li giustificano. Stanno rovinando i ragazzi con le loro mani.”
La madre di un ragazzo Hikikomori attualmente in ritiro, Patrizia, in VO e poi in intervista: “È necessario un supporto maggiore soprattutto nelle prime fasi, perché noi genitori siamo soli e non sappiamo cosa fare. L’amore per i nostri figli, in quei momenti terribili, si manifesta cercando di proteggerli, in qualsiasi modo. Chi non lo vive non può giudicare.”
Scorrono alcune inquadrature di dettaglio della famiglia di Giuseppe a tavola: mani, piatti, bicchieri. È una cena normale. La televisione è accesa su un quiz. La madre racconta la sua giornata, il padre parla dell’assicurazione dell’auto. Tutto sembra normale. Giuseppe è in silenzio. Ascolta, guarda i genitori, sembra seguire la conversazione ma non interviene. Mangia serio. Ai suoi piedi il cane Black, felice di essere lì, si prende qualche carezza.
Scorrono alcune inquadrature di dettaglio della famiglia di Giuseppe a tavola: mani, piatti, bicchieri. È una cena normale. La televisione è accesa su un quiz. La madre racconta la sua giornata, il padre parla dell’assicurazione dell’auto. Tutto sembra normale.
Giuseppe è in silenzio. Ascolta, guarda i genitori, sembra seguire la conversazione ma non interviene. Mangia serio. Ai suoi piedi il cane Black, felice di essere lì, si prende qualche carezza.
La scena, rispetto alla routine di Giuseppe in camera, è più rumorosa. La TV resta accesa, i genitori parlano tra loro, le posate e i bicchieri fanno rumore. Giuseppe ascolta, guarda, ma non entra mai nella conversazione. Anche se volesse dire qualcosa, non trova il momento. Resta zitto e continua a mangiare.
La sua presenza è lì, ma resta ai margini.
Giuseppe rientra in camera, come nell’inquadratura iniziale: la cena è finita. Chiude la porta, tira un sospiro e si toglie di dosso quel momento. Anche solo stare a tavola, per lui, è faticoso.
Giuseppe si prepara così a passare la serata con la sua lentezza.
Un bicchiere d’acqua sul comodino; fuori fuoco, Giuseppe prende una pastiglia per dormire e beve un sorso. Senza i medicinali non riesce a riposare.
Si sdraia sul letto e comincia a scrollare TikTok nel buio.
“Ho difficoltà a riposare, se non prendo la pasticca non riesco a dormire. Quando mi sveglio la notte inizio a pensare, poi guardo un po’ il telefono per distrarmi e senza rendermene conto passano le ore.
La parola Hikikomori non mi piace molto, preferisco dire che sono un ritirato sociale. Passo 4-5 ore al giorno a giocare a sparatutto, poi guardo un po’ YouTube, faccio ricerche, guardo un po’ i social. Sto bene così, sono al sicuro. Anche ai miei genitori va bene così per ora. So che prima o poi la situazione cambierà, un giorno cambierà. Ma non adesso.”
Su queste parole vediamo gli occhi di Giuseppe illuminati solo dalla luce del telefono.
Le immagini vanno a buio. Giuseppe dorme.
Nel buio, affiorano alcuni schermi di cellulari: prima due, poi quattro, poi dieci. Sono tutti aperti su TikTok. I video scorrono senza sosta. Gli schermi aumentano ancora: venti, trenta, oltre cento. Volti sorridenti, outfit, balli, mare, trucco. Il tutto diventa quasi irreale. Il sound design crea transizioni tra i suoni dei video, le voci entusiaste e le risate, finché tutto diventa un unico rumore.
Alla fine le immagini diventano bianche. Poi gli schermi si spengono.
È l’incubo di Giuseppe.
Da Palermo ci spostiamo a Bolzano, dove esiste una rete che intercetta questi casi. Siamo nella sede dell’associazione La Strada – der Weg. Una stanza-studio luminosa, piena di piante. Daniel T. e il dottor Alberto Malfatti parlano.
Daniel T. e Malfatti sono i referenti del progetto “Invisibili”, dedicato ai ragazzi in ritiro sociale. Daniel aggiorna Malfatti su alcuni casi che sta seguendo. Le frasi non si sentono nel dettaglio le parole: sono concentrati, mentre mettono a fuoco i prossimi passi. Si salutano e Daniel esce.
Il dottor Malfatti in VO, sulle immagini di copertura, e poi in intervista: “Ho dato vita al progetto Invisibili pre-Covid insieme a un collaboratore. Avevamo capito subito che lo sportello psicologico, in alcuni casi, non fosse sufficiente: serviva più consapevolezza su questo fenomeno. È stato chiaro da subito che avremmo dovuto aprire un tavolo con le scuole e dare linee guida agli insegnanti. Fortunatamente il dialogo col comprensorio è stato costruttivo e oggi abbiamo un opuscolo per i docenti sul lavoro con i ragazzi fragili, oltre a una guida per il primo approccio con i genitori, per affrontare correttamente il tema del ritiro. In seguito, a seconda dell’andamento del ragazzo, entriamo in gioco noi come associazione: supporto psicologico specializzato e attività come corsi di arte, cinema, pet therapy…”
Su queste parole vediamo immagini di una scuola: corridoi, aule, banchi vuoti, sedie. Ragazzi in ricreazione con il cellulare in mano, senza inquadrarne i volti; altri restano soli in aula. Sentiamo i suoni originali in presa diretta, che ci riportano dentro l’ambiente scolastico.
Malfatti continua: “Io nasco musicoterapeuta. Per me i silenzi, il ritmo della conversazione, le pause, sono già un linguaggio per capire il ragazzo. Ho studiato molti strumenti musicali, anche etnici, l’uso della frequenza e del tono armonico.” Vediamo Alberto che suona una campana tibetana e altri strumenti, lasciando che il suono riverberi nell’aria. “Abbiamo lavorato molto per formare educatori all’altezza di questo fenomeno. Alcuni di loro sono ex-ritirati sociali: chi meglio di loro può offrire un aiuto consapevole.”
È stanco. La luce è soffusa. (riprendendo la scena dell’intro)
“La paura del giudizio degli altri talvolta riaffiora. Sarò in grado di essere all’altezza di questo caso? Cosa diranno i genitori di questo ragazzo se non vedranno progressi?”
Daniel T. si alza dal tavolo. Per cercare un appoggio, prende una scatola con alcune foto di lui da piccolo.
“Mi ricordo le prime volte che andavo a fare i colloqui a casa dei ragazzi: ero teso, ero in ansia. Ma quello che ho vissuto mi ha sempre aiutato. Ho sempre trovato un modo per restare vicino ai ragazzi e confortarli.”
Continua: “A volte mi chiedo cosa sia realmente successo in quegli anni, perché potesse cambiare tutto così radicalmente… Io sono cresciuto con i miei nonni in un piccolo paese di appena 2.000 abitanti, Postal. Mi sono sentito molto amato, anche se i miei genitori erano sempre assenti.”
Daniel T. sfoglia le foto. Inquadriamo alcuni dettagli.
“Ero un bambino tranquillo e timido, ma alla scuola primaria e secondaria mi ritrovavo sempre a giocare da solo. Mi chiedo perché. Questa solitudine mi ha trasformato in una preda facile per i bulli. Sono sempre stato troppo alto, braccia e gambe troppo lunghe, occhiali, poche parole, introverso… Ho tanti difetti da poter usare contro di me. La prima volta che ho avuto un attacco di panico non la posso scordare, è andata così: […]”
Si alza e varca la porta della sua camera, luogo sicuro. L’inquadratura è sempre la stessa, in campo largo, per creare continuità con gli altri personaggi: quella stanza, per ognuno di loro, è un varco.
In un’inquadratura specchiata vediamo Daniel T. entrare in camera e preparare una valigia: indumenti, costumi carnevaleschi. Oggi partecipa a un gioco di ruolo live dell’associazione Camarilla Italia. La sua passione per i giochi è stata centrale: è anche uno dei modi con cui è uscito dall’isolamento. Nel gioco di ruolo il giudizio non cade su di lui, ma sul personaggio. È stata una chiave.
Daniel T. chiude la valigia.
“Uscire la sera a volte mi fa un effetto strano. Vorrei restare a casa, non sono un amante del buio. Vorrei restare nel mio nido sicuro. Mi ricorda quando ho iniziato a fare le serali per recuperare gli anni scolastici e dovevo uscire di sera e incontrare persone nuove. Per me è stato un enorme sforzo.”
(Vox populi) Una ragazza di 25 anni: “Bisogna che questi ragazzi si sveglino. Non si può avere paura di tutto. In questa vita bisogna essere leoni: pesce grande mangia pesce piccolo. Bisogna tirare fuori la grinta, non compatirsi e cercare scuse.”
Un’altra ragazza sui 30: “Le scuole secondarie sono state difficili per tutti. Tutti. C’è chi l’ha superata e chi no. Capisco che per alcuni sia stato più duro: mi ricordo ragazzi presi di mira. Legati fuori in giardino, picchiati, accoltellati a ricreazione… Per fortuna oggi il tema del bullismo è più presente a scuola e si prova a lavorarci. Ma quello che mi chiedo è: perché le secondarie sono così difficili? Perché quei tre anni segnano così tanto? Cosa c’è che non va? È fondamentale capirlo e lavorarci, per offrire un’educazione migliore, soprattutto alle secondarie.”
Un ragazzo di 35 anni: “Si parla di bulli di 13 anni, ma non si parla mai di genitori bulli… docenti bulli… Gli adulti sono i veri bulli da rieducare. I bambini replicano atteggiamenti che vedono in famiglia.”
Il bullismo non resta sempre tra ragazzi. A volte passa dagli adulti, e lascia tracce per anni.
Viene presentata Veronica, 22 anni, torinese. È stata in ritiro sociale per più di due anni. Siamo nella sua cameretta. Veronica: “Io ho passato qui due anni. Stavo sempre sotto a quel piumone, passavo le giornate a dormire. Avevo 11 anni. A scuola mi hanno distrutto, non sapevo più chi fossi, tanto meno cosa avrei voluto essere.” La mdp inquadra nel dettaglio la camera di Veronica e cerca di farci entrare in quello spazio di reclusione.
Veronica continua in VO: “Ciò che mi ha aiutata è conoscere persone che, come me, avevano ferite ma riuscivano a vivere comunque col sorriso. Persone che mi hanno accettata così come sono…”
Veronica racconta cosa è successo alla scuola secondaria. Il bullismo non è stato solo dei coetanei: ci sono stati episodi importanti anche da parte dei docenti. Attraverso alcuni racconti diretti capiamo quanto la formazione e la sensibilità degli insegnanti siano decisive per cogliere i primi segnali di ritiro. Veronica abbassa le tapparelle, mette in carica il telefono, si sdraia sul letto e inizia a guardare YouTube. Una routine che torna e che fatica a sparire.
Taglio
Rivediamo Daniele, nella sua camera da letto che usa anche come laboratorio, sta preparando un’opera da presentare per un esame di Decorazione. È molto concentrato: lavora con precisione su una tela a patchwork, tra tinte, materiali, colle. La camera è un vero studio d’artista, pieno di strumenti, prove e opere appese alle pareti. Daniele fa un passaggio, poi si allontana di qualche passo per guardare il lavoro da lontano e controllare l’insieme. Nella stanza c’è una luce morbida, da fine giornata, e lo vediamo concentrato solo su quello che sta facendo.
“Per me il bullismo è quando ti portano a isolarti da tutto. Ti distruggono l’autostima, al punto che inizi a dubitare di te stesso continuamente. Non capiscono che, per loro, sono solo scherzi, risatine, sbruffonate. Per chi le subisce, invece, sono ferite profonde che durano anni e ti condizionano la vita.”
L’intervista continua in inquadratura.
“Volevo lasciare la scuola e dedicarmi a risolvere i miei problemi relazionali, ma non mi è stato permesso. I miei genitori non volevano che lasciassi la scuola.
Da lì è degenerato tutto. Ho cominciato a fare assenze perché non me la sentivo proprio di andare. Ad oggi, nonostante siano anni che faccio una vita normale, sento che quella reclusione mi ha segnato profondamente. C’è un mostro dentro di me che devo continuamente domare: è la paura. Mi ha lasciato delle abitudini involontarie, come chiudere sempre la porta della mia camera quando entro, anche se non c’è nessun altro in casa… e avere fremiti di nervosismo ogni volta che devo parlare alle persone. Li maschero. Ma il mostro è sempre lì. Mi sono mancate tante esperienze nella mia vita. Vorrei davvero vivere un’avventura, sempre che la paura me lo permetterà…”
La VO di Daniele continua. “Una cosa che mi ha fatto cambiare il punto di vista sul mondo è l’arte. Con l’arte ho trovato il mio conforto, il mio modo di esprimermi senza sentire la paura. Non è un percorso sempre in discesa: devi anche saperti mettere in discussione. Alcuni esami sono complessi. A breve ho un esame sulla cartapesta e mi risulta complicato realizzare quello che voglio con questo materiale.”
Stacco su Daniele che entra in un negozio di articoli artistici. Il negozio è pieno di pennelli, tinte, utensili, materiali. Lo vediamo guardare gli scaffali, scegliere, confrontare. Prende quello che gli serve per la cartapesta e paga alla cassa. Scambia qualche battuta col negoziante su come lavorare il materiale, poi esce. Daniele, con gli altri, è sempre di poche parole. (VO Daniele) “Perché non riesco a chiedere aiuto? Mi complico sempre la vita. Odio questo esame. Non sono in grado di farlo.”
Vediamo Daniele nel cortile di casa sua, alle prese con un oggetto in cartapesta. È in difficoltà. All’inizio si innervosisce, poi – dopo vari tentativi – si demoralizza. Alla fine butta l’oggetto nel cassonetto. Lo vediamo fuori fuoco mentre si allontana verso il portone. Lo ritroviamo in camera: entra e chiude la porta dietro di sé.
(Vox populi) Un uomo sui 60 anni dichiara: “Sono ragazzi svogliati, non sanno cosa vuol dire lavorare, non hanno voglia di fare nulla. Due sberle e a lavorare.”
Una donna di 50 anni: “Le piattaforme TV offrono film e serie principalmente volgari e violenti per i ragazzi, la musica è fatta da ragazze seminude e ragazzi che sembrano delinquenti. I ragazzini di oggi parlano solo di soldi e di social… Per quanto noi genitori possiamo provare a educarli, è una guerra impari.”
Vediamo Daniele sdraiato sul letto che cerca soluzioni per l’esame online. Guarda video su YouTube, immagini e tutorial. Poi, quasi per caso, incappa nella rivelazione dei bozzetti del Carnevale di Viareggio. Un bozzetto lo colpisce: un carro allegorico con un ragazzo hikikomori, segnato dall’isolamento e trasformato in un cyborg. Daniele resta lì, assorbito. Comincia a immaginare un viaggio da solo fino a Viareggio, per conoscere i costruttori e vedere dal vivo un festival pieno di arte. L’idea lo intimorisce, ma la sente necessaria—anche per il suo futuro da artista. Quello che sembrava un esame impossibile, improvvisamente, si sposta: diventa un’occasione di crescita. Lo vediamo chiamare la fidanzata e raccontarle, agitato, la sua idea… Al momento lo lasciamo così: al telefono, carico di entusiasmo, ma ancora pieno di dubbi e paure.
Nell’inquadratura successiva vediamo un condominio dall’esterno. È notte: lampioni accesi, qualche auto che passa. Le tapparelle sono tutte abbassate, tranne una: quella di Giuseppe. È alzata a metà e la luce è accesa. Giuseppe è sveglio. Sentiamo in VO la sua voce, a voce alta, mentre parla con qualcuno: scherza, sembra parlare con un coetaneo. Siamo in un videogame VTR sparatutto. Vediamo la selezione del personaggio a inizio gioco: è Giuseppe che decide armatura, abbigliamento, armi.
Giuseppe, nel gioco, è il personaggio. Colpisce subito una cosa: il suo modo di essere è diverso da quello che abbiamo visto nella stanza. È intraprendente, spavaldo, fa battute, scherza con gli amici. Filmiamo in presa diretta Giuseppe che gioca davvero con amici virtuali. Lo sentiamo commentare, ridere, alzare la voce. Il linguaggio è più adolescenziale, più diretto, senza freni. Il gioco si conclude tra battute e saluti. Qualcuno dice: “Oggi abbiamo giocato 5 ore di fila, mia madre mi ammazza…”
Torniamo nella vita reale. Giuseppe esce dal gioco: lo sguardo è disteso, stanco ma appagato.
La regista chiede: “Avete giocato 5 ore?”.
Giuseppe: “Sì”.
Regista: “Vuol dire che forse alcuni ragazzi con cui giocavi sono ritirati sociali… gliel’hai mai chiesto?”.
Giuseppe: “No”.
Regista: “Come mai?”.
Giuseppe: “Non mi interessa, in realtà…”
Giuseppe poi spiega che nel mondo digitale lui è un’altra persona, ma nella vita vera non riesce a essere lo stesso: qualcosa lo frena. Nel gioco può essere tutto; fuori, sente che non può.
(Vox populi) Un ragazzo toscano di 30 anni, agitato, dice: “Ho sentito che a dicembre hanno trovato un ragazzo morto in casa. Dicevano che era hikikomori. La famiglia ha detto che era morto almeno dal 2023…” (Fatto reale di cronaca del 17 dicembre 2025)
Da quella voce torniamo a Bolzano. Daniel T. arriva alla location del gioco di ruolo. Riprendiamo il gioco già in corso: Daniel T. entra nella scena e partecipa con gli altri, tutti in costume e con oggetti di scena.
VO Daniel T.: “Il gioco di ruolo mi ha aiutato a capire che il giudizio si può guardare anche da fuori. Ogni ragazzo deve trovare dentro di sé un appiglio. Uno dei miei personaggi preferiti è… perché è forte di carattere e ha poteri nascosti.”
Filmiamo un momento del gioco in cui il suo personaggio viene messo in discussione e lui la prende bene. Subito dopo Daniel T. ci mostra le immagini dei personaggi che ama di più. Il suo volto è solare, aperto, sereno. “Il gioco di ruolo mi ha aiutato a uscire dall’isolamento perché l’appuntamento mensile con questi ragazzi era un impegno a cui non volevo rinunciare. Mi ha spronato.”
Daniel T. racconta come ci è arrivato: “All’inizio ero appassionato ai giochi in scatola, soprattutto carte. Mi piaceva tutto: non solo il gioco, ma anche la grafica, il disegno, la stampa. Quei colori e quelle luci nelle immagini rendono i personaggi affascinanti. All’associazione La Strada – der Weg in questo momento è attivo anche un corso di arteterapia: vedo ragazzi e ragazze fragili che disegnano. C’è una ragazza che ama molto il fantasy, frequenta il corso da circa due anni. Il suo modo di disegnare i personaggi a volte mi ricorda giochi ed eventi live a cui partecipo. Ho provato a coinvolgerla, ma per lei è ancora presto. La sua fase è molto altalenante.”
Vediamo, in un’inquadratura allo Zenith, un foglio di carta fittamente disegnato in dettagli fantasy: un disegno ricco, simbolico. Una ragazza all’opera, di cui si vedono solo le mani, un ciuffo biondo e un braccio segnato da tagli, ora cicatrizzati, forse anche un centinaio.
Vediamo, in un’inquadratura allo Zenith, un foglio di carta fittamente disegnato in dettagli fantasy: un disegno ricco, simbolico. Una ragazza all’opera, di cui si vedono solo le mani, un ciuffo biondo e un braccio segnato da tagli, ora cicatrizzati, forse anche un centinaio.
“Hikikomori? Sì, so cos’è. È quando si sta in casa a disegnare manga. C’è anche una canzone dei Pinguini Tattici Nucleari. Beh, non sembra male… quasi quasi lo faccio anch’io così evito di andare a lavoro… ” (Vox populi) Un ragazzo di 40 anni, che ride.
La ragazza con il ciuffo biondo che disegna è Lily, una ragazza di circa 20 anni, in terapia presso l’associazione La Strada – der Weg. Segue il corso di arteterapia da un paio d’anni.
Intervistiamo Lily: “Io vengo volentieri qui. Quando esco vengo solo qui. Mi piace la fotografia e il disegno fantasy. Qui mi sento compresa e accettata. È difficile stare in mezzo alla gente. Un medico, vedendo il mio braccio, mi ha chiesto quante volte ho provato a suicidarmi ridendo. Io non sapevo cosa dire… Non mi piace stare in mezzo alla gente. Jung disse una volta: la solitudine è pericolosa. È dipendenza. Una volta che ti rendi conto di quanta pace c’è, non vuoi più avere a che fare con le persone.”
Torniamo da Daniele e al suo desiderio di partire per un’avventura. Sta mandando una email ai fratelli Breschi. Scrive: “Sono Daniele, sono un ex-hikikomori, studio per diventare un artista. Vorrei incontrarvi a Viareggio per conoscervi. Ho letto che il vostro carro allegorico parla dei ragazzi come me. Vorrei incontrarvi.”
In una breve sequenza vediamo Daniele chiudere il laptop, aspettare alla stazione, sedersi sul treno in mezzo a persone al cellulare, fare il biglietto d’ingresso al Carnevale e camminare al sole sul lungomare addobbato a festa.
(Vox populi) Una donna di 45 anni, Marella, disegnatrice del bozzetto del carro: “È stato difficile viverci insieme perché non c’era la volontà di riconoscere che c’era un problema. Ci vuole maggior consapevolezza di cosa vuol dire hikikomori. Lui non dormiva più la notte, stava sempre sveglio al computer; io invece andavo a lavorare e avevo i ritmi normali della vita. Lui di giorno dormiva e pretendeva che io accettassi questo suo ritmo. Io e il mio compagno alla fine ci siamo lasciati. È stata un’esperienza traumatica per entrambi.” Mentre Marella racconta, ci mostra il bozzetto e le fonti da cui è partita: un robot, un vampiro, uno zombie, un cyborg, elementi fantasy e tecnologici.
Lo sguardo di Daniele, per quanto sempre controllato, si muove tra i dettagli del carnevale: bancarelle, palloncini, statue di cartapesta, coriandoli, arlecchini, festoni, cappelli, gente in maschera. Si dirige verso il mare. Sulla spiaggia incontra Massimo Breschi e la figlia, già abbigliati a festa. Si conoscono e si abbracciano: l’emozione è tangibile. Massimo: “Si deve far luce su questo tema anche attraverso manifestazioni come questa, è un tema importante.” Rachele: “Grazie di essere venuto qui, per noi è molto importante.” Daniele: “Vi voglio fare i complimenti per aver deciso di trattare questo tema, mi sento molto grato ed emozionato.”
Daniele è sul lungomare. Aspetta l’arrivo del carro in mezzo alla folla e alla musica ad alto volume. Tutti si divertono, urlano, bevono, ballano, si fanno selfie. Ognuno mascherato. Daniele è teso ma partecipa. Quando vede il carro per la prima volta resta stravolto: un enorme cyborg che, da sdraiato su un iPhone, si alza in piedi e compie un passo verso la folla. Apre e chiude gli occhi meccanicamente, indossa un visore per la realtà virtuale, il volto è emaciato, stanco, intontito. Daniele si sente rappresentato e celebrato e si lascia andare, ballando e divertendosi nella parata. Rachele lo invita sul carro.
Ballano davanti alla cassa, in una danza liberatoria. Sentiamo l’eco della musica techno che rimbomba, immagini della folla in festa, andiamo a nero.
Stacco su Daniel T. che cammina a piedi per le strade di Bolzano. Cammina lungo un viale con auto parcheggiate e alberi. Si avvicina a un complesso residenziale, entra nel cortile, si ferma davanti a un portone e suona il campanello.
Su queste immagini sentiamo la sua voce: “Parlare con i genitori non è affatto semplice. Stanno vivendo un forte dolore. Anche loro hanno paura e spesso si sentono incapaci di gestire la situazione. Molto dipende da come si pongono: se si affidano è più facile lavorare insieme; se invece impongono i loro metodi, tutto diventa più complicato.”
Entra in casa e fa un breve colloquio con i genitori, visibilmente preoccupati. La madre scuote il capo e dice che oggi la figlia non parla con nessuno. Daniel T. li ascolta, li calma, li rassicura. Poi si dirige verso la camera della ragazza.
Daniel T. prova a chiamarla, più volte. Nessuna risposta. Allora si siede a terra, con le spalle appoggiate alla porta. Le chiede di sedersi anche lei dall’altra parte, schiena contro schiena. Nel silenzio sentiamo dei passi e poi il corpo che si appoggia alla porta. Daniel T. lo percepisce subito: è un sì, è un contatto.
Chiede alla ragazza di rispondere con due bussate per il sì e una per il no. Comincia il colloquio. Daniel T. fa domande semplici, lei risponde con le bussate. La conversazione va avanti per un po’, senza andare in profondità: serve solo a restare in relazione. Alla fine Daniel T. le chiede se oggi ha fatto un disegno che le va di mostrare. Sentiamo i passi nella stanza. Da sotto la porta scorre un foglio, un disegno.
Daniel T. resta un attimo fermo sul foglio. Non dice nulla. Lo spettatore resta con un dubbio: dietro quella porta potrebbe esserci Lily, in una ricaduta.
Con un lento zoom out, in campo totale, lasciamo intimità a quella conversazione e ci allontaniamo.
Daniel T. in VO: “Uno dei maggiori supporti è la presenza dell’educatore, in qualsiasi forma. Serve a far sentire al ragazzo che non è mai solo. La presenza è la chiave, nei momenti più facili e in quelli più difficili.” Nel VO vediamo Veronica, oggi, al lavoro con i bambini del doposcuola. La mdp è lontana, in campo totale. La vediamo muoversi tra i bambini, concentrata, presente.
Ritorniamo su Daniele che adesso è in spiaggia a guardare il tramonto. La festa è finita. Lui guarda il mare, lo sguardo è pieno, calmo. Intorno ci sono ragazzi in maschera: ubriachi, chiassosi, selfie, dirette, foto. Daniele è l’unico senza cellulare: guarda il sole che scende nel mare.
In VO le sue riflessioni: “Appena arrivato mi sono subito intimorito, ma poi ho provato a sciogliermi. Se il Daniele di qualche anno fa mi avesse detto che sarei venuto qui a ballare in mezzo alla folla, mi sarei dato del pazzo. Invece è successo, e ne sono felice.”
Taglio su un personaggio d’animazione. È il personaggio di animazione di Giuseppe che sta realizzando un gioco d’avventura tipo Mario Bros., con ostacoli e mostri. Un tabellone finale indica il punteggio: al primo posto c’è il suo personaggio, con il totale dei punti.
Poi il gioco cambia. Non siamo più dentro il livello: siamo su un foglio bianco. Il personaggio di Giuseppe diventa un ragazzo qualunque, con lunghi riccioli castani e una t-shirt bianca: somiglia chiaramente a lui. Notiamo il volto dell’animazione come scomposto in più parti, con un movimento leggero che fa percepire una frattura: occhi, naso, bocca si spostano appena, come a ricomporsi.
Dal foglio bianco iniziano ad apparire una città, una strada, un sole luminoso, altri personaggi intorno, e infine Black al suo fianco. Lo scenario è completo, ma appena parte il jingle di inizio gioco, tutto si spegne.
Giuseppe è in camera che dorme. Era un sogno.
A svegliarlo è il grattare del cane alla porta. Nel dormiveglia Giuseppe si alza e, quasi senza pensarci, apre. Il cane entra scodinzolando, lo annusa, gli si struscia addosso.
Giuseppe capisce cosa vuole: uscire. Chiama: “Mamma, c’è da portare fuori Black”.
Nessuno risponde.
Giuseppe fa capolino fuori dalla stanza: non c’è nessuno.
Probabilmente i suoi genitori non sono ancora rientrati. Guarda l’orologio.
All’inizio esita.
Poi prende il collare, lo mette a Black e varca la porta.
Inquadriamo il piede di Giuseppe che esce.
Nero.
TITOLO
Fuori
FINE
NOTE DI REGIA
Manuela Patti
I ragazzi più sensibili e timidi sono spesso quelli che, in un mondo sempre più assorbito dalla tecnologia, soffrono di più l’esclusione sociale. Per alcuni, il digitale diventa un rifugio che sembra più semplice e sicuro del fuori. A volte però il disagio cresce e si trasforma in ritiro. Si smette di uscire, si lascia la scuola, si interrompono amicizie e attività. All’inizio è difficile capire cosa stia succedendo e lo si interpreta come una reazione al bullismo, una fase depressiva o un momento passeggero. Ma in alcuni casi quel ritiro si prolunga e diventa una reclusione che dura mesi o anni. Il documentario vuole raccontare questo fenomeno che in Italia cresce in silenzio e di cui si conosce ancora poco. Il racconto alterna brevi interviste estemporanee a passanti in diverse città, per raccogliere impressioni sui giovani di oggi, sull’uso dei social e della tecnologia e su come viene percepito il fenomeno hikikomori, e un accesso diretto alla quotidianità di ragazzi in ritiro sociale ed ex ritirati, che con le loro parole ricostruiscono i passaggi più difficili che li hanno portati a una scelta così drastica. Ne emerge anche un aspetto spesso rimosso, nella solitudine non vengono considerati soltanto vittime, ma talvolta anche responsabili della propria condizione. Il film affronta inoltre il bullismo in senso ampio, non solo tra coetanei, ma anche dentro dinamiche prevaricatorie di adulti, genitori, docenti e colleghi di lavoro. Il documentario pone l’attenzione su educazione civica e attenzione verso l’altro, come chiave per l’accettazione e per la possibilità di esprimere davvero se stessi senza paura. Attraverso i ragazzi comprendiamo anche il valore del gioco e dell’espressione artistica come possibili vie di ritorno. La forza delle loro immagini e parole aiuta a riconoscere i segnali di un desiderio di ritiro e ciò che genitori e insegnanti possono cogliere in tempo, ascoltando i ragazzi e concedendo comprensione e spazio.
NOTE DI PRODUZIONE
Erald Dika
Un film per aprire un dibattito pubblico e costruire strumenti di comprensione.
In sviluppo, prime riprese già effettuate, ricerca attiva di partnership e collaborazioni.
“Fuori” è un progetto documentario che racconta il ritiro sociale (hikikomori) in Italia attraverso un percorso in più territori e un lavoro ravvicinato con i protagonisti. Il film vuole portare alla luce un fenomeno ancora poco discusso contribuendo a ridurre lo stigma che spesso ricade sui ragazzi e sulle famiglie.
In Italia un numero crescente di giovani riduce o interrompe i contatti con l’esterno, evitando le relazioni sociali e rifugiandosi in una routine prevalentemente digitale. Nel tempo, questa condizione può allontanare dall’esperienza diretta del mondo e incidere su autonomia e competenze relazionali. Secondo le stime, circa 65.000 ragazzi si riconoscono come hikikomori e, considerando i casi non dichiarati, il numero reale potrebbe superare le 100.000 persone. Il ritiro sociale non dipende da una causa unica: nasce spesso dall’intreccio tra contesto familiare, aspettative sociali e vulnerabilità individuali; in parallelo, la diffusione di tecnologie digitali e videogiochi può favorire una realtà alternativa che rende più difficile il ritorno a una quotidianità “fuori”.
Il film coinvolge famiglie e giovani di regioni diverse, associazioni, scuole, con l’obiettivo di offrire uno strumento di conoscenza e confronto utile sia al grande pubblico sia agli operatori del settore. La diffusione del film può contribuire ad aprire un dibattito su prevenzione, formazione per docenti e sostegni specifici.
Stato del progetto. “Fuori” è in fase di sviluppo. Le ricerche preliminari, condotte in Alto Adige, Piemonte, Toscana e Sicilia, hanno permesso di individuare i contesti coinvolti e i protagonisti principali. Sono già state realizzate alcune riprese con loro, che hanno contribuito a definire tono, accesso ai personaggi e direzione narrativa.
Il progetto ha già ottenuto il sostegno della Provincia di Bolzano. Oggi è necessario proseguire con nuove sessioni di riprese, sia in Alto Adige sia nelle altre regioni coinvolte, per consolidare il materiale narrativo e accompagnare l’evoluzione dei percorsi dei protagonisti fino alla fase di completamento.
CASA DI PRODUZIONE
KORABI nasce a Bolzano come casa di produzione indipendente. Formata da Annachiara Gislimberti, Gabriele Borghi e Erald Dika, unisce competenze diverse e sguardi complementari, dando vita a un percorso condiviso. Crediamo nel potere delle storie di aprire nuove prospettive e di raggiungere un pubblico ampio con racconti originali e autentici.
Affrontiamo ogni progetto con lo stesso spirito raccontando storie originali capaci di raggiungere un vasto pubblico. Per noi il cinema è uno strumento capace di trasformare lo sguardo, stimolare il dialogo e alimentare il cambiamento culturale. Riteniamo che le storie possano ampliare lo sguardo e toccare i cuori. Uno dei nostri principali obiettivi è sviluppare progetti che uniscono intrattenimento e qualità, con la convinzione che ogni storia, se raccontata con cura, possa lasciare un segno.
Erald Dika
Vincitore del First Steps Award della Deutsche Filmakademie, Erald Dika firma nel 2019 Neverland, lungometraggio documentario premiato a livello internazionale e selezionato dalla delegazione italiana per l’IDFA Doc Sale 2020.
Formatosi tra l’Università La Sapienza di Roma e ZeLIG – Scuola di Documentario di Bolzano (regia e montaggio, 2019), affianca agli studi accademici workshop su sceneggiatura, postproduzione ed effetti visivi.
Parallelamente alla regia, costruisce un profilo produttivo, curando lo sviluppo e la produzione di progetti come Albania in Südtirol, Hotel Paradiso, Andando nel sole che abbaglia e il cortometraggio Con i piedi sulle nuvole.
Nel 2023 co-fonda Korabi, casa di produzione indipendente con sede a Bolzano. È membro della Deutsche Filmakademie.