FUORI
Un numero crescente di ragazzi in Italia - dall'Alto Adige alla Sicilia - decide di ritirarsi dalla vita sociale.
Alla base c'è spesso un senso di profonda inadeguatezza che li spinge a interrompere i legami con amici e scuola e a isolarsi per mesi o anni nelle proprie stanze. Questo fenomeno, noto come Hikikomori, coinvolge decine di migliaia di giovani che scelgono di vivere in isolamento.
Un racconto corale sul ritiro sociale come risposta estrema alla pressione contemporanea.
SINOSSI
Attraverso i racconti in prima persona dei protagonisti, il documentario esplora il fenomeno del ritiro sociale (hikikomori) in Italia: un isolamento che nasce spesso da un senso di inadeguatezza e porta molti giovani a interrompere ogni relazione con l’esterno per mesi o anni.
In un viaggio tra territori diversi, intreccia tre storie: Giuseppe, chiuso da otto anni nella sua stanza a Palermo, dove l’unico legame stabile è il cane Black, forse una spinta verso il fuori; Daniele, 22 anni, che prova a rientrare nel mondo e parte per il Carnevale di Viareggio, dove un carro dedicato agli Hikikomori diventa per lui un passaggio decisivo; e Daniel T., ex hikikomori oggi educatore, che lavora con ragazzi e famiglie costruendo percorsi di ascolto e presenza.
Alternando momenti di confessione intima a una visione più ampia, il documentario mostra come il silenzio dei ragazzi in ritiro sia anche il riflesso di un silenzio sociale più grande: una risposta estrema a una pressione diffusa fatta di prestazione, confronto, paura del fallimento, iperconnessione e fragilità dei legami.
NOTE D'AUTORE
Manuela Patti
Una domanda di fondo: cosa resta dell’empatia nell’era degli schermi?
Il tema nasce da un’esigenza personale di comprensione e dal confronto quotidiano con la genitorialità.
Il mio interesse per questo tema nasce da un’esigenza personale di comprensione. Come madre di due bambini – una figlia di sei anni e un figlio di due – mi interrogo su quale mondo li aspetti. Il mondo che conosco io, fatto di relazioni dirette, gioco fisico e contatto reale, sta lasciando spazio a una realtà in cui i social e le tecnologie plasmano fin dall’infanzia il modo di comunicare, percepirsi e crescere.
Il mondo digitale sembra stimolare l’individuo a dare voce alla propria personalità, tutto sembra accettato, concesso e accolto. Mi chiedo se effettivamente questo invito sia coerente con la realtà, dove ancora molti ragazzi subiscono bullismo ed isolamento se considerati dai coetanei diversi o fragili. Alcuni sembrano rimanere invischiati in modo permanente nella sopraffazione emotiva che condiziona irrimediabilmente tutta la loro vita.
Credo che le nuove generazioni si trovino a essere un ponte fragile tra due modelli umani: da un lato, l’uomo sociale, creativo, abituato a interagire con il mondo reale; dall’altro, un individuo sempre più isolato, assorbito dagli schermi, al tempo stesso padrone e prigioniero della tecnologia.
Ciò che mi spinge a esplorare questo fenomeno è una domanda di fondo: i ragazzi di oggi riusciranno, nonostante tutto, a preservare il senso dell’amicizia, l’empatia, la capacità di stare insieme e accogliere l’altro senza giudizio?
Tecnologia, fragilità e pressione sociale: un intreccio di cause, non una sola.
CONTESTO E TEMI
In Italia molti giovani preferiscono ritirarsi in un mondo digitale: evitano i contatti con l’esterno e interrompono le relazioni sociali. Questo stile di vita li allontana dall’esperienza diretta del mondo e porta alla perdita di manualità, capacità di ragionamento autonomo e competenze relazionali. Secondo le stime ci sono circa 65 000 ragazzi che si riconoscono come Hikikomori e, considerando i casi non dichiarati, il numero reale potrebbe superare le 100 000 persone.
Il ritiro sociale non nasce da una causa unica ma da un intreccio di fattori: contesto familiare, aspettative sociali e vulnerabilità individuali. Inoltre, la diffusione di tecnologie digitali e videogiochi favorisce una realtà alternativa che rende sempre più difficile tornare alla vita reale.
PERSONAGGI PRINCIPALI
Giuseppe Lauricella
Giuseppe Lauricella (Palermo, 2003) vive con i genitori e il suo cane ed è in ritiro sociale da circa otto anni. La sua stanza, piccola e sempre in penombra, è il luogo che definisce più sicuro: computer, telefono, libri, tapparelle quasi sempre abbassate. Alle medie subisce bullismo e cresce con ansia e paura del futuro; dal primo anno di liceo smette gradualmente di uscire, anche per attacchi di panico. La scuola gli consente una frequenza alternativa e riesce a diplomarsi. In adolescenza riceve una diagnosi di autismo ad alto funzionamento ed è seguito da psicologa e, più recentemente, da psichiatra. Coltiva passioni autonome: poesia (scrive e cerca un editore), astronomia e studio quotidiano di attualità. Gioca online 4–5 ore al giorno, dove si sente più libero e socievole.
Daniele de Seta
Daniele De Seta (Carmagnola, 2002) cresce a Poirino, nel torinese. Fin da bambino fatica a socializzare; alle medie compaiono i primi episodi di autoisolamento e molte assenze, fino a rischiare di perdere l'anno. Si iscrive al liceo scientifico, ma lo lascia dopo due mesi: vive la scuola in solitudine e il rendimento peggiora. In quel periodo, dopo un video sulla sindrome di Asperger, teme un disturbo dello spettro autistico e cerca supporto psicologico, senza trovare risposte adeguate. Anche l'opposizione dei genitori a una pausa dagli studi contribuisce a un ritiro sociale durato oltre due anni. La diagnosi ufficiale arriva nella primavera 2018 (16 anni). Dal 2018 al 2020 è seguito al Day Hospital del Regina Margherita di Torino, esperienza decisiva per riprendere gli studi nel 2019 e migliorare le capacità relazionali.
Daniel Tondin
Daniel Tondin (Merano, 1989) vive oggi a Gargazzone, in provincia di Bolzano. Da bambino cresce a Postal, affidato spesso ai nonni perché i genitori lavorano molto. Ricorda episodi di isolamento già alle elementari, ma è alle medie che subisce bullismo e il giudizio dei coetanei diventa un peso costante, con nausea, vertigini e attacchi di panico. Chiede aiuto ai genitori: la scuola, all’epoca, non ha strumenti adeguati. Cambia istituto, ma la paura del giudizio gli impedisce di costruire nuove amicizie. Tra il 2010 e il 2014 attraversa anni di isolamento, alternando periodi in cui riesce a uscire (anche per incontrare conoscenze online) ad altri in cui resta chiuso in casa per mesi. La ripresa inizia grazie ai giochi di ruolo dal vivo: un appuntamento mensile, in un contesto protetto, dove a “essere giudicato” è il personaggio. Oggi lavora a La Strada–der Weg, nel programma Invisibili.
TRATTAMENTO
Testo completo in 10 pagine. Usa le frecce per scorrere.
Pagina 1
Vediamo una serie di immagini che si susseguono rapide, come se provenissero tutte dalla stessa stanza e da mille stanze diverse: un gioco sparatutto, un caricabatteria inserito in una presa, l'accensione di un Mac, l'avvio di Netflix, un disegno fantasy che prende forma, pagine sfogliate in fretta, uno strumento etnico che suona, notifiche (social ecc) che si accavallano, un tetris sul cellulare, lo scorrere continuo di video e reel. Gli stimoli si sommano uno sull'altro fino a diventare un rumore unico, compatto, quasi un bianco che copre tutto. Poi, di colpo, il nero.
Il nero dura un attimo.
Poi, fuori, a una pensilina qualunque, in una città qualunque d'Italia.
Un ragazzo sui tredici anni guarda fisso il telefono. Poco più in là, un altro con cuffie vistose. Non si incrociano. Ognuno resta sul telefono. Il traffico e il mattino fanno da sfondo. Loro sembrano altrove allienati.
Da qui entriamo nella storia di Daniele. Torino.
Il nostro primo protagonista Daniele esce dal portone di casa per andare all'Accademia di Belle Arti. È al secondo anno. Arriva alla fermata, aspetta. Quando il bus si ferma, sale e per un attimo il corridoio diventa una prova: dal fondo lo vediamo avanzare, lanciare sguardi rapidi a destra e a sinistra, misurare le distanze, cercare un posto senza dover chiedere se un posto è libero a chi ne occupa due. È un imbarazzo sottile, quasi invisibile: quello di chi teme di esporsi anche solo con una frase banale.
Alla fine si siede.
Daniele ha ventidue anni ed è un ex-ritirato sociale. La vita che conduce oggi sembra piena, ordinata, fitta di impegni. Quella serenità, però, non è leggerezza: è autocontrollo. Lo vediamo arrivare davanti all'università e camminare spedito verso l'ingresso, attraversando un gruppo di ragazzi che ridono chiassosamente o scorrono i social senza staccare gli occhi dallo schermo. Cammina dritto, concentrato. L'ansia gli sta addosso, ma non la mostra. Si è costruito una routine e ci si aggrappa.
Nel grande corridoio dell'accademia, impreziosito da opere maestose, il ritmo cambia. Daniele rallenta. Osserva. La sua postura si scioglie. Qui la tensione si abbassa. L'arte gli dà un appoggio. La sua voce ci accompagna "Quando entro in accademia sento che ho uno scopo. Che ho un obiettivo. L'arte è qualcosa che mi permette di esprimermi senza giudizio, senza ansie. È un modo di stare nella società senza subirne la pressione. Ho scelto l'indirizzo Decorazione perché mi permette di lavorare sui dettagli, con amore e dedizione; di concentrarmi su piccoli frammenti di un'opera e dare il mio meglio attraverso la cura."
Le immagini lo seguono nei corridoi dell'accademia. La sua voce continua: "Io ho subito bullismo alla scuola secondaria; la sensazione di non essere accettati è mortificante. Ti inducono a sentirti sbagliato, qualsiasi cosa tu dica o faccia, e questo ti porta non solo a dubitare di te ma soprattutto ad avere la percezione di te come qualcuno di inferiore agli altri, senza speranza, al posto sbagliato. Non volevo più frequentare la scuola. Sentivo che lì non sarei mai cresciuto, con quelle persone non potevo mai essere apprezzato." Daniele ci mostra alcune delle opere che guarda ogni giorno e da cui prende ispirazione.
Entra in classe e prende posto. Il docente inizia la lezione sulla cartapesta. Daniele ascolta e prende appunti. Intorno a lui, alcuni ragazzi si distraggono: chiacchierano, ridacchiano, giocano con fogli e oggetti; altri restano con gli occhi sul cellulare.
Pagina 2
(Vox populi): Su queste immagini sentiamo l'inizio di un'intervista in accademia a un allievo: "Oggi vogliono essere tutti artisti, ma non sanno cos'è l'arte. L'arte contemporanea per me è incomprensibile, è un gesto artistico egoistico. Non c'è paragone con il rinascimento. Quella è la vera arte. Quegli artisti erano artigiani, andavano a bottega da bambini a imparare il mestiere. Oggi fare l'artista è la scusa per non lavorare e fare opere senza senso giustificate dal fatto che è lo spettatore ad interpretare."
Un altro allievo: "Io trovo che al giorno d'oggi l'arte sia qualcosa di diverso rispetto alle correnti passate, l'arte è figlia dei suoi tempi ovviamente: è normale che ad oggi l'arte sia integrata con la tecnologia, con i social con la vendita online. Avere del tempo per la ricerca, per stare a casa a lavorare ad un progetto, alienarsi dalla società, può essere solo un toccasana per un progetto nascente importante. Stare soli e vivere solo di se stessi per partorire un progetto artistico può essere solo un qualcosa di costruttivo. La società fa schifo, non può capire l'artista perché è marcia e priva di sensibilità."
In città, il VO di un passante: "Io non so cosa sono questi Hikikomori ma una cosa è certa: i giovani sono dipendenti dal telefono, soprattutto dai social." È un uomo sui 50 davanti a un alimentari. Continua: "Sono sempre attaccati ai cellulari... non hanno più voglia di studiare, di lavorare. È colpa della tecnologia se si chiudono in casa."
Appena finisce il commento, vediamo Daniele entrare nell'alimentari. Aspetta il suo turno, composto, nella fila. Quando tocca a lui, deve parlare a voce alta: "Mezzo chilo integrale." Una frase banale, ma per lui pesa. Esce teso, passando dietro il 50enne appena intervistato, che intanto è rapito dal cellulare.
Sull'autobus Daniele guarda fuori dal finestrino. Gli altri passeggeri sono quasi tutti al telefono; qualcuno, con il volume alto, scrolla video su TikTok. Su queste immagini sentiamo la voce di Daniele: "Mi chiamo Daniele ho 22 anni, vivo a Torino. Non mi interessa particolarmente l'uso del cellulare. In questo momento ho altri interessi: vorrei diventare un artista. Sono molto concentrato su questo obiettivo. Io sono stato in ritiro sociale per 2 anni, io sono quello che chiamano Hikikomori. L'arte adesso è il mio modo di stare al mondo ed esprimermi senza sentirmi giudicato. Prima mi criticavano continuamente. Vorrei diventare un artista perché la loro arte è l'elaborazione personale del mondo e io vorrei proprio far questo: esprimermi per come mi sento senza aver paura di essere giudicato."
Daniele rientra a casa. È il suo luogo sicuro. Lo vediamo chiudere a chiave il portone, togliersi le scarpe, e tirare un respiro di sollievo. Le commissioni di oggi sono finite. Per un attimo sembra contento: anche oggi ce l'ha fatta. In campo largo lo vediamo entrare in camera da letto e chiudere la porta dietro di sé, con un gesto ormai abituale; la mdp resta qualche secondo su quella porta, così significativa.
In assolvenza audio: il suono di voci, urla e chiasso. Suona forte una campanella. È la fine delle lezioni in una scuola secondaria. È un chiasso faticoso da ascoltare, a tratti angosciante. La telecamera inquadra i ragazzi che, come un fiume in piena, corrono fuori da scuola: sudati, un flusso urlante, fuori controllo.
(Vox populi): C'è un gruppetto di ragazzini sui 12 anni. Uno di loro confessa: "C'è un amico che non vuole uscire mai. A scuola non viene più da un bel po', è tanto che non lo vediamo... su Insta non pubblica più nulla. Quest'anno lo bocciano per le assenze. Sfigato! È sempre stato uno strano."
Un altro ragazzino di 12 anni: "Hikikomori, io lo so cos'è. Un amico di mio zio è in depressione e non esce più da mesi, aveva dei debiti e ha provato ad ammazzarsi. È stato anche ricoverato, ora vive dai suoi genitori. Avrà 25 anni."
Una ragazzina: "Hikikomori... l'ho sentita dire, questa parola. Ne hanno parlato a scuola. È quando non si esce più da casa e si vive al computer e si va in depressione. Qualcosa del genere..."
Pagina 3
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 3). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 4
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 4). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 5
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 5). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 6
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 6). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 7
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 7). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 8
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 8). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 9
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 9). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
Pagina 10
Incolla qui il testo del trattamento (pagina 10). Sostituisci questo placeholder con il contenuto reale.
NOTE DI PRODUZIONE
Erald Dika
Un film per aprire un dibattito pubblico e costruire strumenti di comprensione.
Sviluppo avanzato, prime riprese già effettuate, ricerca attiva di partnership e collaborazioni.
“Fuori” è un progetto documentario in fase di sviluppo avanzato. Le ricerche preliminari, condotte in Alto Adige, Piemonte, Toscana e Sicilia, hanno permesso di individuare i contesti coinvolti e i protagonisti principali. Sono già state realizzate alcune riprese con loro, che hanno contribuito a definire il tono e la direzione narrativa del film.
Il progetto ha già ottenuto il sostegno della Provincia di Bolzano, e si trova ora in una fase in cui è necessario proseguire con nuove sessioni di riprese, sia in Alto Adige sia nelle altre regioni coinvolte.
In questa prospettiva, stiamo cercando nuove collaborazioni che possano accompagnare il progetto nella fase di completamento e nella successiva presentazione a interlocutori nazionali. Per questo motivo ci farebbe piacere valutare insieme una possibile partnership o una forma di sostegno, anche in vista di eventuali co-produzioni o accordi editoriali.
Il documentario porterà alla luce un fenomeno ancora poco discusso in Italia, contribuendo a superare lo stigma che circonda i ragazzi in ritiro sociale.
Coinvolgendo associazioni, scuole, famiglie e giovani da regioni diverse, il film offrirà uno strumento di conoscenza e confronto, utile sia per il grande pubblico sia per gli operatori del settore. Sarà girato principalmente in italiano con parti in tedesco (per le interviste altoatesine) e sottotitoli bilingui, in modo da rappresentare fedelmente la realtà plurilingue del paese.
La diffusione del film potrà stimolare un dibattito su politiche di prevenzione, formazione per docenti e sostegni specifici.
CASA DI PRODUZIONE
KORABI nasce a Bolzano come casa di produzione indipendente. Formata da Annachiara Gislimberti, Gabriele Borghi e Erald Dika, unisce competenze diverse e sguardi complementari, dando vita a un percorso condiviso. Crediamo nel potere delle storie di aprire nuove prospettive e di raggiungere un pubblico ampio con racconti originali e autentici.
Affrontiamo ogni progetto con lo stesso spirito raccontando storie originali capaci di raggiungere un vasto pubblico. Per noi il cinema è uno strumento capace di trasformare lo sguardo, stimolare il dialogo e alimentare il cambiamento culturale. Riteniamo che le storie possano ampliare lo sguardo e toccare i cuori. Uno dei nostri principali obiettivi è sviluppare progetti che uniscono intrattenimento e qualità, con la convinzione che ogni storia, se raccontata con cura, possa lasciare un segno.
Erald Dika
Vincitore del First Steps Award della Deutsche Filmakademie, Erald Dika firma nel 2019 Neverland, lungometraggio documentario premiato a livello internazionale e selezionato dalla delegazione italiana per l’IDFA Doc Sale 2020.
Formatosi tra l’Università La Sapienza di Roma e ZeLIG – Scuola di Documentario di Bolzano (regia e montaggio, 2019), affianca agli studi accademici workshop su sceneggiatura, postproduzione ed effetti visivi.
Parallelamente alla regia, costruisce un profilo produttivo, curando lo sviluppo e la produzione di progetti come Albania in Südtirol, Hotel Paradiso, Andando nel sole che abbaglia e il cortometraggio Con i piedi sulle nuvole.
Nel 2023 co-fonda Korabi, casa di produzione indipendente con sede a Bolzano. È membro della Deutsche Filmakademie.