FUORI - Pitch Deck
Un film documentario di Manuela Patti

FUORI

Durata 75'
Formato 1.85:1

Un numero crescente di ragazzi in Italia - dall'Alto Adige alla Sicilia - decide di ritirarsi dalla vita sociale.
Alla base c'è spesso un senso di profonda inadeguatezza che li spinge a interrompere i legami con amici e scuola e a isolarsi per mesi o anni nelle proprie stanze.
Questo fenomeno, noto come Hikikomori, coinvolge decine di migliaia di giovani che scelgono di vivere in isolamento.

Un racconto corale sul ritiro sociale come risposta estrema alla pressione contemporanea.

SINOSSI

Attraverso i racconti in prima persona dei protagonisti, il documentario esplora il fenomeno del ritiro sociale (hikikomori) in Italia: un isolamento che nasce spesso da un senso di inadeguatezza e porta molti giovani a interrompere ogni relazione con l’esterno per mesi o anni.

In un viaggio tra territori diversi, intreccia tre storie: Giuseppe, chiuso da otto anni nella sua stanza a Palermo, dove l’unico legame stabile è il cane Black, forse una spinta verso il fuori; Daniele, 22 anni, che prova a rientrare nel mondo e parte per il Carnevale di Viareggio, dove un carro dedicato agli Hikikomori diventa per lui un passaggio decisivo; e Daniel T., ex hikikomori oggi educatore, che lavora con ragazzi e famiglie costruendo percorsi di ascolto e presenza.

Alternando momenti di confessione intima a una visione più ampia, il documentario mostra come il silenzio dei ragazzi in ritiro sia anche il riflesso di un silenzio sociale più grande: una risposta estrema a una pressione diffusa fatta di prestazione, confronto, paura del fallimento, iperconnessione e fragilità dei legami.

NOTE D'AUTORE

Manuela Patti

Una domanda di fondo: cosa resta dell’empatia nell’era degli schermi?

Il tema nasce da un’esigenza personale di comprensione e dal confronto quotidiano con la genitorialità.

Il mio interesse per questo tema nasce da un’esigenza personale di comprensione. Come madre di due bambini – una figlia di sei anni e un figlio di due – mi interrogo su quale mondo li aspetti. Il mondo che conosco io, fatto di relazioni dirette, gioco fisico e contatto reale, sta lasciando spazio a una realtà in cui i social e le tecnologie plasmano fin dall’infanzia il modo di comunicare, percepirsi e crescere.

Il mondo digitale sembra stimolare l’individuo a dare voce alla propria personalità, tutto sembra accettato, concesso e accolto. Mi chiedo se effettivamente questo invito sia coerente con la realtà, dove ancora molti ragazzi subiscono bullismo ed isolamento se considerati dai coetanei diversi o fragili. Alcuni sembrano rimanere invischiati in modo permanente nella sopraffazione emotiva che condiziona irrimediabilmente tutta la loro vita.

Credo che le nuove generazioni si trovino a essere un ponte fragile tra due modelli umani: da un lato, l’uomo sociale, creativo, abituato a interagire con il mondo reale; dall’altro, un individuo sempre più isolato, assorbito dagli schermi, al tempo stesso padrone e prigioniero della tecnologia.

Ciò che mi spinge a esplorare questo fenomeno è una domanda di fondo: i ragazzi di oggi riusciranno, nonostante tutto, a preservare il senso dell’amicizia, l’empatia, la capacità di stare insieme e accogliere l’altro senza giudizio?

Tecnologia, fragilità e pressione sociale: un intreccio di cause, non una sola.

CONTESTO E TEMI

In Italia molti giovani preferiscono ritirarsi in un mondo digitale: evitano i contatti con l’esterno e interrompono le relazioni sociali. Questo stile di vita li allontana dall’esperienza diretta del mondo e porta alla perdita di manualità, capacità di ragionamento autonomo e competenze relazionali. Secondo le stime ci sono circa 65 000 ragazzi che si riconoscono come Hikikomori e, considerando i casi non dichiarati, il numero reale potrebbe superare le 100 000 persone.

Il ritiro sociale non nasce da una causa unica ma da un intreccio di fattori: contesto familiare, aspettative sociali e vulnerabilità individuali. Inoltre, la diffusione di tecnologie digitali e videogiochi favorisce una realtà alternativa che rende sempre più difficile tornare alla vita reale.

Territori
Alto Adige - Piemonte - Toscana - Sicilia
Approccio
Osservazione e ascolto dei contesti di cura

PERSONAGGI PRINCIPALI

Giuseppe Lauricella

Giuseppe Lauricella

Giuseppe Lauricella (Palermo, 2003) vive con i genitori e il suo cane ed è in ritiro sociale da circa otto anni. La sua stanza, piccola e sempre in penombra, è il luogo che definisce più sicuro: computer, telefono, libri, tapparelle quasi sempre abbassate. Alle medie subisce bullismo e cresce con ansia e paura del futuro; dal primo anno di liceo smette gradualmente di uscire, anche per attacchi di panico. La scuola gli consente una frequenza alternativa e riesce a diplomarsi. In adolescenza riceve una diagnosi di autismo ad alto funzionamento ed è seguito da psicologa e, più recentemente, da psichiatra. Coltiva passioni autonome: poesia (scrive e cerca un editore), astronomia e studio quotidiano di attualità. Gioca online 4–5 ore al giorno, dove si sente più libero e socievole.

Daniele de Seta

Daniele de Seta

Daniele De Seta (Carmagnola, 2002) cresce a Poirino, nel torinese. Fin da bambino fatica a socializzare; alle medie compaiono i primi episodi di autoisolamento e molte assenze, fino a rischiare di perdere l'anno. Si iscrive al liceo scientifico, ma lo lascia dopo due mesi: vive la scuola in solitudine e il rendimento peggiora. In quel periodo, dopo un video sulla sindrome di Asperger, teme un disturbo dello spettro autistico e cerca supporto psicologico, senza trovare risposte adeguate. Anche l'opposizione dei genitori a una pausa dagli studi contribuisce a un ritiro sociale durato oltre due anni. La diagnosi ufficiale arriva nella primavera 2018 (16 anni). Dal 2018 al 2020 è seguito al Day Hospital del Regina Margherita di Torino, esperienza decisiva per riprendere gli studi nel 2019 e migliorare le capacità relazionali.

Daniel Tondin

Daniel Tondin

Daniel Tondin (Merano, 1989) vive oggi a Gargazzone, in provincia di Bolzano. Da bambino cresce a Postal, affidato spesso ai nonni perché i genitori lavorano molto. Ricorda episodi di isolamento già alle elementari, ma è alle medie che subisce bullismo e il giudizio dei coetanei diventa un peso costante, con nausea, vertigini e attacchi di panico. Chiede aiuto ai genitori: la scuola, all’epoca, non ha strumenti adeguati. Cambia istituto, ma la paura del giudizio gli impedisce di costruire nuove amicizie. Tra il 2010 e il 2014 attraversa anni di isolamento, alternando periodi in cui riesce a uscire (anche per incontrare conoscenze online) ad altri in cui resta chiuso in casa per mesi. La ripresa inizia grazie ai giochi di ruolo dal vivo: un appuntamento mensile, in un contesto protetto, dove a “essere giudicato” è il personaggio. Oggi lavora a La Strada–der Weg, nel programma Invisibili.

Veronica Mestreni

Veronica Mestreni

Veronica Mestreni, 22 anni, vive a Torino e studia Scienze dell’educazione. È una persona pensierosa: crescendo ha imparato più ad accontentare gli altri che ad ascoltare sé stessa, perdendo fiducia e autostima. Alle scuole medie il disagio la espone a prese in giro, mentre le difficoltà legate a un DSA non ancora diagnosticato vengono fraintese da docenti e familiari. A scuola viene etichettata come svogliata e distratta; subisce anche episodi di umiliazione in classe da parte di insegnanti, che finiscono per legittimare i bulli. Inizia a non dormire, teme la scuola e, a 11 anni, entra in un ritiro sociale che dura circa due anni e mezzo: passa le giornate a letto tra sonno e YouTube. Dopo un primo tentativo familiare, i genitori cercano aiuto: con psicologa e neuropsichiatria infantile di Torino si sente finalmente compresa e conosce coetanei con esperienze simili. Alle superiori ritrova fiducia e oggi vuole diventare pedagogista per sostenere preadolescenti fragili. Lavora in servizi pre e post scuola.

NOTE DI PRODUZIONE

Erald Dika

Un film per aprire un dibattito pubblico e costruire strumenti di comprensione.

In sviluppo, prime riprese già effettuate, ricerca attiva di partnership e collaborazioni.

Fuori” è un progetto documentario che racconta il ritiro sociale (hikikomori) in Italia attraverso un percorso in più territori e un lavoro ravvicinato con i protagonisti. Il film vuole portare alla luce un fenomeno ancora poco discusso contribuendo a ridurre lo stigma che spesso ricade sui ragazzi e sulle famiglie.

In Italia un numero crescente di giovani riduce o interrompe i contatti con l’esterno, evitando le relazioni sociali e rifugiandosi in una routine prevalentemente digitale. Nel tempo, questa condizione può allontanare dall’esperienza diretta del mondo e incidere su autonomia e competenze relazionali. Secondo le stime, circa 65.000 ragazzi si riconoscono come hikikomori e, considerando i casi non dichiarati, il numero reale potrebbe superare le 100.000 persone. Il ritiro sociale non dipende da una causa unica: nasce spesso dall’intreccio tra contesto familiare, aspettative sociali e vulnerabilità individuali; in parallelo, la diffusione di tecnologie digitali e videogiochi può favorire una realtà alternativa che rende più difficile il ritorno a una quotidianità “fuori”.

Il film coinvolge famiglie e giovani di regioni diverse, associazioni, scuole, con l’obiettivo di offrire uno strumento di conoscenza e confronto utile sia al grande pubblico sia agli operatori del settore. La diffusione del film può contribuire ad aprire un dibattito su prevenzione, formazione per docenti e sostegni specifici.

Stato del progetto. “Fuori” è in fase di sviluppo. Le ricerche preliminari, condotte in Alto Adige, Piemonte, Toscana e Sicilia, hanno permesso di individuare i contesti coinvolti e i protagonisti principali. Sono già state realizzate alcune riprese con loro, che hanno contribuito a definire tono, accesso ai personaggi e direzione narrativa.

Il progetto ha già ottenuto il sostegno della Provincia di Bolzano. Oggi è necessario proseguire con nuove sessioni di riprese, sia in Alto Adige sia nelle altre regioni coinvolte, per consolidare il materiale narrativo e accompagnare l’evoluzione dei percorsi dei protagonisti fino alla fase di completamento.

CASA DI PRODUZIONE

KORABI nasce a Bolzano come casa di produzione indipendente. Formata da Annachiara Gislimberti, Gabriele Borghi e Erald Dika, unisce competenze diverse e sguardi complementari, dando vita a un percorso condiviso. Crediamo nel potere delle storie di aprire nuove prospettive e di raggiungere un pubblico ampio con racconti originali e autentici.

Affrontiamo ogni progetto con lo stesso spirito raccontando storie originali capaci di raggiungere un vasto pubblico. Per noi il cinema è uno strumento capace di trasformare lo sguardo, stimolare il dialogo e alimentare il cambiamento culturale. Riteniamo che le storie possano ampliare lo sguardo e toccare i cuori. Uno dei nostri principali obiettivi è sviluppare progetti che uniscono intrattenimento e qualità, con la convinzione che ogni storia, se raccontata con cura, possa lasciare un segno.

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